Live dalla Parrocchia

Non è possibile parlare di una "storia" della borgata di S.Barbara autonoma dagli eventi di Caserta, ma solo della storia del territorio casertano e solo quando sarà possibile dei suoi riflessi su questa frazione. Il documento più antico che riporta il nome del nostro paese è la bolla di Senne. L'importanza che riveste questo documento del 1113 è fondamentale per la storia locale, non solo perchè abbiamo il primo inquadramento storico della realtà religiosa locale, con i nomi di tutte le chiese ed i rispettivi culti, ma possiamo anche localizzare gli insediamenti urbani all'alba del secondo millennio.

Con la Pace Normanna e con la signoria locale dei Lauro Sanseverino si cominciò a costruire fuori le mura della città-fortezza di Casa Hirta chiese e cappelle, anche di una certa monumentalità, come il monastero di S. Pietro ad Montes, sorto secondo la tradizione sulle rovine del tempio di Giove Tifatine e spesso tutto intorno si sviluppò una edilizia popolare-rurale dando vita a quella costellazione di borghi ancora oggi caratteristici del territorio casertano. Se focalizziamo lo sguardo solo sulla parte del territorio che ci interessa, notiamo che esistono le chiese di "S.Barbara al Monte", e più in là quelle di "S.Stefano e di S.Nicola ad Torum".

Nel 1113 esisteva alle pendici dei Monti Tifata già un piccolo villaggio chiamato col nome della santa protettrice S.Barbara, stretto intorno alla sua chiesa. A quota inferiore sorgeva un altro villaggio, sicuramente più popoloso, perchè teneva due chiese, quella madre dedicata a S.Stefano e l'altra dedicata a S.Nicola. Il quadro storico rimane invariato per secoli, questo grazie anche, all'indebolimento nel Mezzogiorno, del potere civile e religioso che si limitò a sole funzioni rappresentative e sempre più fu impegnato in vendette fratricide e vessazioni fiscali.

Con la venuta di Alfonso I d'Aragona si ha nel Regno di Napoli una rinascita socio-culturale, che investe anche il feudo di Caserta. La città-fortezza di Caserta perde progressivamente importanza, la sede comitale, le funzioni amministrative, il mercato, il vescovato vengono spostate nei villaggi della piana. Il documento fiscale di Simancas, della prima metà del Cinquecento dice che il nuovo centro del feudo è il casale di Torre, poi enumera tutti gli altri casali tra cui "Sancta Barbara". Pochi anni, dopo nel 1599 il villaggio si "dismembrò dal casale di Tuoro". Ma questo significa anche che, S.Barbara e Tuoro erano stati un tempo accorpati, ma quando tutto questo era successo, e per quanto tempo era durata la cosa, il Giustiniani non c'è lo dice. Comunque è questa l'epoca nella quale viene abbandonata l'antica chiesa patronale di S.Barbara al Monte e scelta come parrocchia quella di S.Nicola. Nell'ambito civile la borgata era compresa nel Quartiere di Tuoro e insieme a questi e Garzano eleggeva il giudice destinato al Consiglio dei Sei Eletti dell'Universitas Casertana.

Tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento c'era stata una netta ripresa demografica che aveva favorito il nuovo riassetto territoriale. In questo periodo S.Barbara riottiene l'autonomia, con un territorio più vasto a spese del vicino casale di Tuoro, ma già nel 1635 la tendenza alla crescita è bloccata e si assiste ad una vera catastrofe demografica, tanto che nel casale si contano quell'anno appena 32 fuochi (il parametro demografico che considerava l'unità del focolare domestico composto mediamente da 4-5 persone, quindi per S.Barbara dobbiamo pensare a circa 160 anime). Al calo della popolazione, in seguito alla micidiale peste, si affiancò anche il degrado civile e religioso: infatti nella Visita Pastorale ordinata dal vescovo Brunoro Sciamarra (1642) nei vecchi locali della chiesa di S.Barbara, ridotta a quel tempo a semplice "beneficio", fu trovata "una grande quantità di foglie di mortella messa ivi per deposito. Fu ordinato di cercare diligentemente il proprietario e di portar via quella roba. Intanto fu tolta la chiave al barbiere del paese, che la custodiva e fu consegnata ad un uomo un pò più scrupoloso".

Nella visita pastorale ordinata dal vescovo fra'Ettore da Quarto (1744) risulta che, nella chiesa parrocchiale di S.Nicola di Bari: "manca solamente la croce sulla fonte battesimale". Per far fronte alla necessità della popolazione in grosse difficoltà, e nello spirito del Concilio di Trento, il vescovo Farangola dette impulso all'istituzione delle confraternite in tutte le parrocchie, anche le più spopolate. Bisogna dire che questo tipo di pietà religiosa fu immediatamente preferita e seguita dalla popolazione a qualsiasi altra forma di vita cristiana post-tridetina tanto che si parla di una vera fortuna delle congreghe. La congrega di S.Barbara ottenne nel 1784 il Regio Assenso col titolo "Monte dei Morti e SS.Vergine delle Grazie". La sede viene fissata nella nuova cappella costruita a lato della chiesa di S.Nicola.

Presso la Cappella del SS.Rosario venne istituita la Cappella Unita con un fondo per la dote da destinare alle nubili povere. Nel 1748 il regio tavolario Costantino Manni, incaricato da re Carlo di Borbone di stilare l'Atto di Apprezzo del feudo di Caserta, parlando del casale di S.Barbara, dice che la popolazione era salita a 429 individui, ma mancava la "bottega lorda" o altro, pertanto la gente per le proprie necessità era costretta a rivolgersi ai casali vicini. Poi descrive la chiesa parrocchiale: "la medesima tiene avanti un atrio scoverto, al quale vi si accede per due tese di grade scoverte, e dal detto atrio scoverto alla chiesa, qual'è di due navi, quello di mezzo scoverta con soffitto/e l'altro a lamia, vi è l'altare maggiore in testa,altra cappella nell'altra nava, come pure altra cappella fondata a sinistra nella seconda nava, e l'altare sotto il titolo del lì Morti, dove vi sono addetti tre cappellani con la rendita di ducati quaranta per cadauno per la celebrazione delle messe, vi è battistero, confessionario, pulpito, e campanile con due Campane. La medesima viene governata dal reverendo parrocco, otto preti e quattro chierici e tiene competente rendite per il mandenimento".

Nel 1775 Crescenzo Esperti dice che la popolazione era salita a 580 anime, e dopo aver fatto la descrizione della chiesa parrocchiale, parla anche di alcune cappelle patronali delle famiglie gentilizie, e per quanto riguarda l'antica chiesa di S.Barbara dice che era ormai ridotta ad uso profano. Più completa è la descrizione fatta dal Giustiniani che ci informa dell'attività agricola degli abitanti e dei prodotti coltivati: "il territorio produce grano, granone, olio, vino, canapi e buona frutta". L'economia settecentesca aveva un carattere prettamente agricolo con la produzione indirizzata al soddisfacimento dei bisogni familiari o al consumo locale, ma si stavano anche affermando colture, quali la canapa, indirizzate al più vasto mercato nazionale. La situazione favorevole si giovava dell'introduzione di nuove specie di piante, importate principalmente dalle Americhe (mais, patate, pomodori, peperoni), nuove specie di animali (pecora Lauticauda dal Nord Africa, tacchino dalle Americhe, vacche dalla Svizzera), o miglioramento delle razze autocne (asino, mulo, cavallo, maiale), di innovazioni tecnologiche e dello sfruttamento delle acque. La carenza idrica nel casertano era stata per secoli il "grosso" problema, che aveva sempre bloccato ogni decollo economico della zona, ma grazie al piano idrico borbonico, che aveva nell'Acquedotto Carolino il suo punto di forza, fu possibile convogliare a Caserta, con un ardimentoso progetto curato dall'architetto Luigi Vanvitelli, le acque del Taburno. Attraverso una fitta rete di canali secondari, "formali", si poterono finalmente irrigare i campi e rifornire di acque potabili le cisterne private.

In pochi anni la realtà socio-economica migliorò sensibilmente e gli effetti benefici si fecero sentire anche negli interventi di edilizia, che nel caso dell'abitazione privata, furono sia di riadattamento dell'esistente, sia della costruzione ex novo. Nel primo caso gli interventi furono improvvisati ed interessavano la casa contadina, il tradizionale "basso terraneo" composto da un modesto locale ad uso abitativo, a cui, era annesso un secondo come stalla. Alla meglio vennero aggiunti nuovi ambienti ai piani superiori, comunicanti attraverso un ballatoio aperto a cui si poteva accedere da una scala esterna. Nel secondo caso abbiamo la costruzione delle "case palazziate" per i contadini benestanti "massari" o per le "famiglie civili" legate alla corte borbonica.

Grazie alla presenza di maestranze che lavoravano alla Reggia, questi edifici si connotarono per un certo gusto, decoro ed anche ricercatezza stilistica. In località Casamassaro (oggi via C. Alberto) troviamo appunto palazzo Massaro, palazzo Falco, Varrone; in località Casamasella troviamo appunto palazzo Masella, palazzo Natale; in località Chiesa (oggi primo tratto di via Tifatina) troviamo palazzo Giaquinto, Natale, Calvano, Carafa ; in località Trivio (oggi via Petrarelle) troviamo palazzo Santacroce, Ruffo, De Ambrosio. Alle spalle di ogni edificio si estendeva un appezzamento di terreno, chiuso da un alto muro, chiamato per questo "corte", piantato con alberi da frutta e con ortaggi. Al lato dei palazzi più prestigiosi troviamo la cappella patronale: S.Felice presso il palazzo Massaro, S.Pietro presso palazzo Ruffo, S.Ambrogio presso palazzo De Ambrosio.

La vita sociale settecentesca era animata da personaggi di spicco, che furono il vanto del loro paese d'origine: mons. Bartolomeo Varrone vescovo di Sessa Aurunca, l'architetto Fabbrizio Ruffo progettista delle decorazioni in ferro della reggia di Caserta, che poteva vantarsi di appartenere all'illustre casata che annoverava tra gli antenati gli abati commendatari del monastero di S.Pietro ad Montes. Con la fine dei re Borbone, il tenore di vita ebbe senza dubbio una svolta, ma la borgata seppe incentivare con l'artigianato ed il lavoro agricolo il tenore di vita. Con l'Unità d'Italia vi fu il fenomeno dell'emigrazione, indirizzata quasi esclusivamente verso le Due Americhe. Tale ondata raggiungerà la punta più alta alla vigilia del primo conflitto mondiale.

Gli emigrati ritorneranno sempre con devozione in occasione dei festeggiamenti della SS. Vergine delle Grazie a luglio per offrire il loro obolo, sempre generoso. Attualmente la Borgata di Santa Barbara si presenta come un ameno paese nel quale tanti dalla città vengono a vivere per tranquillità e genuinità di vita. Il piano urbanistico rimane l'originario con pochissima espansione edilizia in quanto vincolati dai limiti paesaggistici che impediscono a Santa Barbara di essere deturpata nell'incantevole posizione ai piedi dei monti Tifatini. Numerosi sono i personaggi che nel mondo delle istituzioni locali (Provincia e Comune), nella professione (architetti, ingegneri, medici, edili, docenti ...), nella vita militare (colonnelli, capitani, ufficiali) danno oggi lustro alla borgata che conta circa ottocento abitanti.

 

  

Storia del Borgo